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Anteporre l'ideologia al pragmatismo reca gravi danni all'UE
Il più grande equivoco riguardante la politica estera italiana ed europea degli ultimi anni è stato quello di considerare la NATO non solo come un'alleanza militare, ma come il limite di fatto della nostra politica commerciale con il resto del mondo. Tale errore nasce da un uso improprio ed estensivo del concetto di "alleati". L'Alleanza Atlantica ha un significato preciso e circoscritto: l'Articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico prevede la difesa reciproca in caso di aggressione armata contro uno dei membri. Nulla di più. Non detta preferenze economiche, rotte commerciali o modalità di accesso ai mercati. Confondere la difesa collettiva con la subordinazione economica costituisce una profonda distorsione sia del diritto internazionale che del buon senso.
Al di fuori di quel perimetro ristretto della sicurezza collettiva, gli Stati non hanno alleati permanenti, ma solo interessi, partner, concorrenti, clienti e fornitori. Eppure, in Italia e in gran parte dell'UE, si è affermata l'idea che essere un "buon atlantista" richieda di allineare automaticamente la politica commerciale agli orientamenti di Washington, rinunciando a opportunità con il Sud globale, le nazioni BRICS e i Paesi aderenti alla BRI. Si tratta di una mentalità pericolosa, che né il diritto internazionale né la tradizione realista possono giustificare. I pensatori politici, da Machiavelli a Kissinger, hanno insegnato che gli Stati agiscono in base a interessi nazionali calcolati, non per lealtà sentimentale.
Le amicizie personali tra leader possono certamente essere d'aiuto. Quando ho servito il mio Paese in qualità di Sottosegretario al Commercio, ho instaurato rapporti cordiali con molti governi in tutto il mondo. Tuttavia, tali relazioni non sono mai state un fine in sé, bensì un mezzo per creare migliori opportunità economiche e sociali per i cittadini italiani.
Gli Stati Uniti non parlano mai di una politica "europeista". Washington parla chiaramente di interesse nazionale statunitense. Quando gli interessi coincidono, collabora; quando divergono, persegue i propri senza scusarsi. Basti pensare ai ripetuti dazi USA sulle esportazioni europee o alle critiche schiette rivolte dal Presidente americano alla Premier italiana Giorgia Meloni e ad altri leader dell'UE. L'approccio pragmatico e spesso cinico degli Stati Uniti non è un fenomeno passeggero legato all'era Trump. Trump ha semplicemente affermato apertamente ciò che i decisori politici di Washington, di entrambi i partiti e dell'establishment della politica estera, perseguono da decenni.
Le affermazioni di alcuni ministri dell'UE, secondo cui le relazioni con l'America "torneranno alla normalità" con un nuovo presidente, riflettono più una velleità che una strategia.
Estendendo l'alleanza militare al piano commerciale, come se la difesa reciproca richiedesse privilegi economici permanenti, Roma ha inutilmente limitato le opportunità per le imprese italiane, specialmente nel Sud globale. Le aziende italiane attive nei settori dell'energia, delle infrastrutture, dell'agricoltura e della manifattura avanzata potrebbero trarre enormi vantaggi da legami più stretti con Africa, America Latina e Asia. L'allineamento ideologico ha invece ristretto i loro orizzonti.
Il governo italiano insiste nel voler rafforzare i legami con il Sud globale; in effetti, il Piano Mattei e il rinnovato impegno verso il Mediterraneo vanno in questa direzione. Tuttavia, il portafoglio concreto di nuovi progetti rimane modesto. Il ritiro dalla BRI ha ridotto le possibilità per l'Italia di partecipare a una delle più grandi iniziative mondiali in materia di infrastrutture e connettività.
Altri esempi di questo scollamento rispetto al Sud globale sono i pacchetti di sanzioni dell'UE contro la Russia, introdotti senza valutazioni approfondite dell'impatto economico e che hanno danneggiato il settore manifatturiero italiano e tedesco riducendo l'accesso a energia a costi contenuti. Il Piano Mattei per l'Africa non ha ancora generato progetti della portata previsto. La "Via del Cotone", promossa come alternativa occidentale alla BRI di Beijing, è in fase di stallo a causa delle tensioni in Medio Oriente e il suo terminale europeo previsto si trova al Pireo, in Grecia, gestito, ironia della sorte, dalla cinese COSCO.
I leader italiani ed europei parlano spesso del Sud globale, eppure le loro azioni restano ancorate a una mentalità atlantocentrica che privilegia i segnali geopolitici rispetto a una pragmatica diversificazione economica. In definitiva, tali scelte hanno prodotto il peggio di entrambi i mondi: hanno limitato lo sviluppo infrastrutturale e le opportunità di esportazione, generando al contempo minori vantaggi strategici o economici rispetto alle attese.
Quando le contraddizioni si accumulano e la crescita ristagna, i leader europei invocano i "valori" e la necessità di interagire esclusivamente con Paesi "affini". Si moltiplicano distinzioni forzate tra "democrazie liberali" e "regimi autocratici". È il classico rifugio quando il realismo viene meno: i valori diventano un pretesto per le scarse performance economiche, spacciate per un nobile sacrificio necessario a evitare un maggiore coinvolgimento con il Sud globale. Certo, i valori contano e l'Europa deve difendere i principi democratici. Tuttavia, molte minacce a tali principi derivano proprio dall'eccesso di regolamentazione, dalla repressione del dissenso e dalla centralizzazione del potere da parte dell'UE stessa. I governi europei non sono ONG né autorità morali; sono amministratori di interessi nazionali. Il loro compito è ampliare le opportunità per cittadini e imprese, non restringerle attraverso filtri ideologici. Le scelte etiche spettano alle aziende e ai singoli individui.
Il mondo multipolare non aspetterà l'Italia. Mentre noi discutiamo di alleanze, altri costruiscono infrastrutture, catene del valore e partenariati reciprocamente vantaggiosi. La politica estera dovrebbe moltiplicare le opportunità, non ostacolarle. L'Italia, grazie alla sua geografia, allo spirito imprenditoriale e alla posizione nel Mediterraneo, possiede un potenziale enorme. Per realizzarlo occorre superare l'atlantismo acritico e adottare una politica estera fondata sul realismo, sulla flessibilità e sul perseguimento determinato degli interessi italiani. Solo così potremo prosperare davvero nell'era multipolare.
(Michele Geraci, ex sottosegretario di Stato presso il Ministero dello Sviluppo Economico italiano. Fonte: China Daily)
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