Al corrente | Le lacune nei nuovi dazi USA previsti dalla Sezione 301

(Quotidiano del Popolo Online)mercoledì 29 luglio 2026

È scattata una nuova ondata di dazi statunitensi. Il 23 luglio, l'Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti ha annunciato l'imposizione di dazi compresi tra il 10% e il 12,5% nei confronti di 60 economie mondiali, inclusa la Cina, adducendo come pretesto il presunto "lavoro forzato"; tali misure interessano il 99,4% delle importazioni statunitensi. Questa iniziativa rappresenta l'ultima manifestazione del protezionismo commerciale degli Stati Uniti. Mina gravemente la sicurezza e la stabilità delle filiere industriali e di approvvigionamento globali, sconvolge pesantemente l'ordine economico e commerciale internazionale e suscita ampia disapprovazione sia all'interno degli Stati Uniti che nel resto del mondo.

Innanzitutto, anteponendo la normativa interna alle regole internazionali, gli Stati Uniti si stanno inoltrando sempre più lungo la strada dell'unilateralismo. Non è la prima volta che gli USA ricorrono a tali tattiche: dal 1974 hanno avviato oltre 130 indagini ai sensi della "Sezione 301", e molte nazioni ne hanno subito le conseguenze. Dalla nascita dell'OMC nel 1995 fino al 2017, gli Stati Uniti hanno sostanzialmente rispettato le regole, utilizzando le indagini della Sezione 301 principalmente come leva negoziale per avviare le procedure, prima di spostare il confronto nell'ambito dell'OMC. Tuttavia, con la svolta verso la politica "America First", hanno progressivamente abbandonato la loro veste multilateralista, agendo in totale spregio degli altri. L'ultima ondata di dazi rappresenta un esempio lampante della transizione della strategia commerciale statunitense dal coordinamento multilaterale all'azione unilaterale.

Sebbene gli strumenti giuridici possano variare, l'essenza di fondo rimane immutata. Nel febbraio di quest'anno, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che l'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) non autorizzava il Presidente a imporre dazi generalizzati; la Casa Bianca è corsa ai ripari invocando i "dazi della Sezione 122" come misura provvisoria e, una volta scaduta tale facoltà il 24 luglio, è passata senza soluzione di continuità ai "dazi della Sezione 301". Dall'IEEPA al Trade Act del 1974, il quadro giuridico è cambiato più volte, ma il nucleo del "bastone tariffario" è rimasto invariato. Come ha osservato Jamieson Greer, funzionario dell'Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti: le specifiche basi giuridiche utilizzate dal governo statunitense sono cambiate, ma la strategia commerciale no.

In secondo luogo, usare il "lavoro forzato" come pretesto equivale al caso del ladro che grida "al ladro". Qual è la giustificazione per quest'ultima ondata di aumenti tariffari? Gli Stati Uniti sostengono che le economie in questione non abbiano applicato efficacemente i divieti di importazione di merci prodotte mediante "lavoro forzato". L'implicazione è che gli Stati Uniti siano gli unici al mondo a "stabilire e far rispettare efficacemente" tali divieti, ponendosi così in una posizione di superiorità morale e ritenendosi legittimati a imporre dazi ad altre nazioni.

Persino gli stessi americani ritengono questa tesi insostenibile. Desiree LeClercq, ex direttrice per le questioni lavorative presso l'Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, sostiene che la normativa dell'UE in materia di lavoro forzato preveda standard probatori più rigorosi rispetto a quella statunitense.

Tra i 187 Stati membri dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, gli Stati Uniti sono uno dei sei a non aver ancora ratificato la Convenzione sul lavoro forzato del 1930. Come possono promuoversi a giudici del mondo rifiutando le norme internazionali?

Ciò che appare ancora più paradossale è che gli stessi Stati Uniti affrontano un grave problema legato al lavoro forzato. Secondo il "Global Slavery Index" pubblicato dall'organizzazione internazionale per i diritti umani Walk Free, nel 2021 circa 1,1 milioni di persone negli Stati Uniti vivevano in condizioni di schiavitù moderna; inoltre, tra gli 1,2 milioni di detenuti a livello nazionale, circa 800.000 erano spesso costretti a svolgere lavori forzati. In definitiva, questo regime tariffario non mira realmente a eradicare il lavoro forzato; il suo vero obiettivo è semplicemente quello di etichettare i partner commerciali come responsabili di tale pratica, conferendo così una parvenza di legittimità alle proprie azioni unilaterali.

In terzo luogo, tali misure danneggiano gli altri senza apportare alcun vantaggio a chi le adotta; mosse controproducenti di questo tipo finiscono inevitabilmente per ritorcersi contro i loro stessi promotori. Questa tornata di dazi ha accresciuto l'incertezza nel commercio globale e fatto lievitare i costi operativi, scaricando l'impatto maggiore sui Paesi in via di sviluppo. Nell'era della produzione globalizzata, un singolo prodotto spesso incorpora componenti e processi produttivi che coinvolgono più Paesi; l'approccio statunitense non fa che complicare le controversie commerciali, rendendone più difficile la risoluzione. Di conseguenza, sia in fase di formulazione che dopo la loro attuazione, queste misure tariffarie degli Stati Uniti hanno incontrato, come prevedibile, una ferma opposizione da parte di Paesi come la Cina e il Brasile, nonché di numerosi alleati americani.

Anche gli Stati Uniti stessi rischiano di uscirne penalizzati. Il Progressive Policy Institute, un think tank statunitense, stima che questo ciclo di dazi potrebbe costare ai consumatori e alle imprese americane ulteriori 100 miliardi di dollari all'anno. Una ricerca della Federal Reserve Bank di New York indica che quasi la metà delle aziende soggette ai dazi trasferisce i costi sui consumatori. Solo nella giornata del 24 luglio, due piccole imprese statunitensi hanno avviato azioni legali per contestare il provvedimento.

La rosea prospettiva di una reindustrializzazione non si è concretizzata. I dati del secondo trimestre del 2026 delineano un quadro chiaro: se da un lato il settore manifatturiero avanzato, trainato dall'intelligenza artificiale, è effettivamente in crescita, dall'altro gli altri comparti industriali ristagnano, mentre sia la spesa per la costruzione di nuovi stabilimenti sia l'occupazione nel settore manifatturiero sono in calo. I dazi non hanno reso l'industria americana "great again"; al contrario, si sono trasformati in un peso proprio per quelle persone che avrebbero dovuto aiutare.

In definitiva, questo ciclo di dazi rimane una forma di saccheggio economico e di prepotenza politica mascherata da rispetto dello Stato di diritto. La farsa dell'«America First» non accenna a fermarsi e il copione in cui i dazi fungono da lama e il resto del mondo da preda, continuerà a ripetersi. Attualmente, gli Stati Uniti stanno procedendo con le indagini ai sensi della Sezione 301, prendendo di mira 16 economie a causa di una presunta sovraccapacità. Sebbene la strada verso un mondo multipolare realmente equo e ordinato e verso una globalizzazione economica inclusiva e vantaggiosa per tutti sia ancora lunga, sempre più persone stanno smascherando lo stratagemma dei dazi statunitense.

(Web editor: Wu Shimin, Renato Lu)

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