Analisi: I calcoli alla base del rifiuto di Netanyahu del piano di pace per Gaza sostenuto dagli USA

(Quotidiano del Popolo Online)giovedì 13 agosto 2026
Analisi: I calcoli alla base del rifiuto di Netanyahu del piano di pace per Gaza sostenuto dagli USA
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu parla presso il quartier generale militare di Kirya a Tel Aviv, Israele. (1 marzo 2026 - GPO/via Xinhua)

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente respinto un piano in 15 punti, sostenuto dagli Stati Uniti, per porre fine al conflitto a Gaza, ribadendo che le forze israeliane non si ritireranno dalla Striscia finché Hamas non sarà completamente disarmato.

Secondo gli analisti, tale rifiuto dettato da valutazioni di natura politica e di sicurezza getta nuova incertezza sul processo di pace a Gaza, pur non segnando necessariamente l'immediato fallimento degli sforzi diplomatici.

MANTENERE LO STATUS QUO

Netanyahu "trae vantaggio dal mantenimento dello status quo", ha dichiarato a Xinhua l'analista politico Esmat Mansour, con sede a Ramallah, sostenendo che un rapido passaggio alla seconda fase del piano di pace potrebbe costringerlo a concessioni politiche, in particolare a un ritiro israeliano mentre Hamas rimane attivo.

Il quadro per la pace sostenuto dagli Stati Uniti si fonda su impegni reciproci da parte di Israele e Hamas. Secondo quanto riferito, Hamas aveva accettato di affrontare la questione del proprio arsenale, a condizione che Israele rispettasse i corrispondenti impegni di ritiro.

Porre il disarmo completo di Hamas come precondizione per il ritiro israeliano potrebbe consentire a Netanyahu di ritardare la seconda fase senza abbandonare formalmente l'accordo, ha affermato Mansour.

Aram Kiwan, analista politico ed editorialista del quotidiano Al-Ittihad di Haifa, si è spinto oltre, sottolineando che Israele sta "cercando di modificare le basi stesse dell'attuazione", alterandone la sequenza e le condizioni.

Un simile cambiamento, ha affermato, garantirebbe a Israele un maggiore controllo sulle tempistiche e sulle modalità del proprio ritiro. "La questione, dunque, non riguarda soltanto il disarmo in sé, ma chi stabilisca quando tale condizione sia stata soddisfatta".

"Se l'accordo non definisce chiaramente cosa costituisca il disarmo, chi sia responsabile della sua verifica e quale sia la tempistica prevista, l'espressione 'disarmo completo' potrebbe trasformarsi in un ostacolo dai contorni indefiniti", ha osservato Kiwan.

Qualsiasi disaccordo sull'effettivo adempimento delle condizioni potrebbe riportare i negoziati al punto di partenza, ha avvertito.

ESIGENZE INTERNE E PRESSIONI USA

Secondo Aida Touma-Suleiman, deputata araba della Knesset israeliana, il rifiuto di Netanyahu riflette in parte le pressioni politiche contrastanti a cui è sottoposto, sia in patria che da parte di Washington.

La parlamentare ha dichiarato all'agenzia Xinhua che il passaggio alla seconda fase giunge in un momento politicamente delicato per Netanyahu: egli deve infatti mantenere il sostegno della sua coalizione di destra in vista delle elezioni di ottobre, pur subendo le pressioni di Washington affinché faccia avanzare il processo di pace per Gaza.

Gli alleati di destra di Netanyahu, favorevoli a un'intensificazione degli attacchi israeliani su Gaza e alla creazione di insediamenti all'interno del territorio, hanno accolto con favore il rifiuto del Primo Ministro riguardo al piano per Gaza.

Al contempo, il Presidente statunitense Donald Trump ha bisogno di mostrare progressi sulla questione di Gaza e sui suoi più ampi sforzi di pace; tuttavia, un passo concreto verso la seconda fase potrebbe esporre Netanyahu a maggiori pressioni politiche interne.

In questo contesto, secondo gli analisti, Netanyahu sembra dare priorità alla propria sopravvivenza politica e alla stabilità della coalizione, scegliendo di opporsi alle richieste degli Stati Uniti piuttosto che rischiare un collasso politico.

PROCESSO DI PACE ALLA PROVA

Nonostante l'attuale stallo, gli analisti ritengono che il rifiuto di Netanyahu non implichi necessariamente l'immediato fallimento dell'accordo.

Il Primo Ministro israeliano ha già sfidato in passato presidenti statunitensi; tuttavia, gli analisti osservano che tale atteggiamento comporta oggi rischi maggiori, poiché le campagne militari hanno lasciato Israele sempre più isolato sul piano diplomatico e dipendente dal sostegno degli Stati Uniti. Secondo Mansour, la persistente pressione americana e gli sforzi di mediazione potrebbero, alla lunga, spingere Israele verso un'attuazione graduale, nonostante la retorica intransigente di Netanyahu.

Touma-Suleiman ha inoltre affermato che Washington potrebbe privilegiare misure concrete rispetto alla retorica politica, consentendo a Netanyahu di mantenere pubblicamente una linea dura pur accettando, nei fatti, provvedimenti limitati. Il divario tra retorica politica e attuazione pratica potrebbe contribuire a mantenere in vita l'accordo mentre proseguono i negoziati.

Tamara Haddad, analista politica con sede a Ramallah, ha osservato che la posizione di Netanyahu equivale, di fatto, a respingere la seconda fase nella sua forma attuale, piuttosto che a rifiutare del tutto il concetto stesso di una seconda fase.

Secondo lei, è prevedibile che i negoziati proseguano nel breve termine, con una probabile proroga della fase attuale anziché un immediato fallimento dell'accordo o un rapido passaggio alla seconda fase.

Il ruolo di Washington potrebbe rivelarsi decisivo, ha affermato. Se Trump esercitasse una pressione costante, Netanyahu potrebbe accettare un'intesa provvisoria che tuteli la sua richiesta di disarmo, consentendo al contempo un graduale ridispiegamento delle forze israeliane.

Tuttavia, ha avvertito Haddad, se Netanyahu dovesse ricevere un deciso sostegno statunitense alla sua attuale posizione, la seconda fase potrebbe incontrare ostacoli più seri, riducendo l'accordo a una mera cornice teorica.

(Web editor: Wu Shimin, Renato Lu)

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